Mamma Roma. Videointervista ai tempi dell’Ikea

In un venerdì d’agosto ci ritroviamo dal Gambia, dall’Italia, dagli Stati Uniti, dalla Guinea Conakry, dal Pakistan spettatori nella periferia di Roma, zona Anagnina, fuori e dentro il magazzino di Ikea con Leonardo Delogu e Valerio Sirna del collettivo -DOM; alle nostre spalle, lo slogan campeggia beffardo: “Benvenuto, fai come se fossi a casa tua!” lasciando alle indicazioni in alto, nell’angolo sinistro, ogni possibile misura di adeguamento alla realtà. Travisando anche l’accezione dichiaratamente pubblicitaria, noi quell’invito lo prendiamo come un “abita lo spazio, trasformalo, insomma vivilo. Fanne parte”.

Che poi è quello che il progetto Mamma Roma, prodotto da PAV all’interno del programma Estate Romana  insieme a L’uomo che cammina, (qui un prezioso attraversamento di Sergio Lo Gatto) ci ha invitato a fare durante l’esplorazione urbana Anagnina – Ikea e quella Termini – Tiburtina. Qualche giorno dopo anche noi prendiamo alla lettera Mamma Roma e la società svedese: con una video intervista nelle diverse stanze che ci invitano a fare nostre, ci fermiamo a parlare nella confusione di un soggiorno o di una sala da pranzo di Ikea con il collettivo -DOM per conoscerne meglio il progetto.

Where life happens. Sorprenditi ogni giorno. Gli slogan di Ikea – al netto degli asterischi commerciali – sembrano la versione destrutturata e pubblicitaria di ciò che Leonardo Delogu e Valerio Sirna ci propongono di fare durante le esplorazioni. Analisi percettive, pratiche di visione nei luoghi dei flussi o disabitati o diversamente abitati, dove tutto o nulla accade; performance che nascono e muoiono attorno a uno stagno in un campo di periferia; conversazioni più o meno intime con chi ci cammina a fianco tra un binario di un treno e l’altro, per poi sorprendersi a camminare in un tunnel deserto della tangenziale est.

Il dispositivo artistico performativo di Mamma Roma si propone la scrittura di un’opera effimera che dura il tempo di percorrerla. E lì, nelle ore di cammino, ci accordiamo ai passi di ognuno. Davanti al Grande Raccordo Anulare Leonardo Delogu ci propone una pratica per sperimentare diversi sguardi: mettendo a fuoco come i carnivori, fissando un punto oltre le corsie, e poi allargando il fuoco fino ai bordi del campo visivo come lo sguardo periferico dell’erbivoro. Su una duna di terra Buba, mezz’ora dopo, mi fa notare la traccia che ha lasciato un serpente. Sotto un albero Francesco Careri – docente di Architettura e fondatore di Stalker Osservatorio Nomade – ci parla del viaggio iniziatico, dell’amore per il camminare e della natura nomadica. E sotto un cavalcavia Maki mi fa sporgere nello smarrimento di chi non riesce a spiegarsi il perché a un certo punto sei costretto a percorrerli quei chilometri, a cambiare casa, città, continente.

Se il corpo è inteso come lettura, corpi diversi restituiscono letture diverse, corpi lontani letture lontanissime che però possono toccarsi e cominciare a percorrere la stessa strada. Camminare con un gruppo di spettatori migranti, che del camminare conoscono accezioni diverse, estreme, riesce ancora una volta a far esplodere la complessità, la necessità, l’opportunità e anche l’obbligo di capire chi siamo attorno allo stesso tavolo. In una cucina di Ikea ci fermiamo a parlare con Leonardo e Valerio su cosa significhi essere liberi, e del concetto “io sono lo spazio in cui sono”. E mi torna in mente una frase scritta da Kané dopo aver visto Odissea a/r di Emma Dante «il viaggio è come andare a scuola di camaleonte» e la conservo insieme a quella di Francesco Careri «il nostro essere nello spazio trasforma lo spazio» per non dimenticare che corpi diversi e spazi diversi convivono e (si)trasformano quella Mamma Roma che -DOM, attraverso i corpi degli spettatori, ci ha mostrato.

Luca Lòtano

videointervista a cura di Luca Lòtano, Alagie, Buba, Bubacar, Jack Spittle

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