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RE.M Up To You. Frammenti di sguardi su Gli altri لخرین di Corps Citoyen

20 maggio 2022. Terzo giorno del Festival Up To You. Parte 2

foto Carlo Valtellina

Frammento 1.  Молодой человек проходит собеседование на работу / Un giovane viene intervistato per un lavoro.

Terza serata di festival. Arriviamo in Auditorium Piazza della Libertà ancora cariche di emozioni forti e vive, dallo spettacolo precedente e dai giorni scorsi. Quando inizia Gli altri لخرین di Corps Coitoyen, davanti a noi inizia un provino; inizialmente verosimile, ma che si rivela poi essere surreale e contraddittorio. La voce registrata che chiede all’attore di provare scene, ripetere battute, rispondere a domande, rivela il paternalismo coloniale nascosto sotto mentite spoglie. Il taglio ironico dell’intero spettacolo ci porta a ridere, ad applaudire, a pronunciare frasi non nostre e ad accettare situazioni al limite dell’accettabile. E ci lascia con dei grandi interrogativi, e sensi di colpa e di impotenza: quanto sono radicate in noi mentalità e identità occidentali? Quanto la rappresentazione orientalista stereotipata dell’Altro è soggiogata al potere? E soprattutto: come possiamo cambiare il nostro pensiero per rendere possibile una diversa narrazione?

Valeria e Olga

Frammento 2. Intervista a Anna Serlenga e Rabii Brahim

Da persona e performer non razzializzata, dopo aver visto lo spettacolo “Gli Altri” e aver partecipato – il giorno seguente – al tavolo condotto da voi – dove io e altri partecipanti siamo stati chiamati a riflettere sulla necessità di allargare lo sguardo ed il linguaggio umano ed artistico; per offrire, creare, co-costruire, uno spazio per tutte le persone, i corpi, le storie, le identità, i sentimenti, i pensieri che ne vengono esclusi, negati, censurati, sminuiti – la domanda che mi sono posta è :  quali ostacoli, quali difficoltà, avete incontrato nel cercare di uscire da una narrazione stereotipata ?

foto Carlo Valtellina

Rabii: Intanto come artisti la difficoltà è sempre quella di avere spazi e tempi pagati, in questo siamo tutt* uguali. Comunque la difficoltà personale per me è di dover parlare di queste cose. Vorrei parlare di amore, di primavera, di pioggia, argomenti legati all’umano e non allo stereotipo. Per quanto riguarda questo spettacolo abbiamo cercato di mettere lo stereotipo, gli stereotipi, al centro della narrazione per interrogare “la macchina” che produce queste etichette che vengono messe su di noi, così come su ognuno in realtà, ognuno di noi viene etichettato, alcune etichette sono solo più forti, più evidenti, più discriminanti, diventano strumenti di paragone, strumenti per definire chi è più e chi è meno, chi è l’altro. Per questo lo spettacolo si chiama “Gli Altri”.

Anna: La narrazione stereotipata è quella proposta dai casting realmente vissuti da Rabii e che noi abbiamo re-inscenato, con l’idea appunto di mettere al centro la questione e inserirla in un’altra cornice, in un altro sguardo. Rabii in quanto attore professionista si è presentato a dei provini con delle proposte che sono state puntualmente cassate, sentendosi poi fare richieste stereotipiche, per noi mettere questa questione al centro stesso del lavoro ne rappresentava un superamento. È chiaro che è tutto molto ambiguo, inseriamo il vissuto di un attore nella struttura dello spettacolo. Questo ha a che vedere col paradosso dell’attore in sé, a prescindere dalla sua provenienza, il fatto che l’artista lavori col proprio corpo e immagine, quindi con ciò che appare, in “Gli Altri” questo si somma alla narrazione coloniale che abbiamo scelto di trattare. La difficoltà quindi è stata più nel cercare di non riprodurla, nel cercare di parlare del problema senza scadere nel linguaggio del problema stesso. Una questione su cui sto riflettendo ultimamente è che la messa a tema di questo vissuto in qualche modo rischia di depotenziare il discorso perché lo fa diventare, appunto, un tema e invece forse quello che stiamo provando a fare con la trilogia è di farlo diventare più una postura, un’attitudine, un approccio, un metodo di ricerca e costruzione applicabile a più oggetti, a più argomenti, non solo a questo. 

Questo si ricollega al fatto che avete scelto di rimanere all’interno di una chiave ironica delle cose?

foto Carlo Valtellina

Rabii: Sono in Italia da sei anni, all’inizio tutto il meccanismo che abbiamo mostrato in scena lo vivevo con fatica, lo percepivo soprattutto a livello burocratico. Sembra proprio che esista un sistema, un meccanismo appunto, che esiste apposta per sottomettere, reprimere una determinata categoria, con la costante chiamata a dimostrare che sei bravo, che sei capace. Dobbiamo sempre dimostrare qualcosa. Vivi con l’ansia costante di dover dimostrare qualcosa da un momento all’altro per una qualsiasi ragione. E questo fa parte anche della vita dell’attore, se vogliamo, ma anche lì, nel mio caso ti senti dire frasi « Di dove sei?…Ah, tunisino?! ah ma sei bravo ! »…hai dimostrato di essere bravo nonostante tu sia tunisino, come se altri nascessero già bravi. Come persone, o come artisti non fa differenza. Beh io ad un certo punto  quando mi sono stancato e ho capito che non devo dimostrare niente a nessuno, ho solo deciso: io vivo la mia vita, seguo le mie idee, i mie valori, i miei pensieri… Piano piano con questa scelta, con questa attitudine, quello che prima mi faceva arrabbiare ora mi fa ridere. Mi sono sganciato e sono entrato nel « non me ne fotte un cazzo di quello che pensi tu » perché in realtà questo etichettamento, questo stereotipo fa ridere se lo pensiamo nel 2022, dove il mondo è aperto e la gente ha accesso a qualsiasi luogo e informazione in qualsiasi momento e tu vedi uno che guarda un video, pensando che l’arabo sia solo quello col turbante in testa e cammina col cammello e la spada al fianco e va ad ammazzare gente… fa ridere… mi fa ridere di chi lo pensa, perché mi fa dispiacere, provo compassione per chi lo pensa. Credo, forse, che questa persona ridendo se ne possa accorgere. Che questa persona attraverso la risata possa rendersi conto. E dall’altra parte penso anche che continuare a raccontare questa dinamica con tono drammatico rischi di diventare pietismo, e questo ci tiene incastrati nel paternalismo del povero immigrato da aiutare. Forse un po’ di ironia restituisce onore alla persona, riporta il discorso su un livello riflessivo e lo toglie da quello sentimentale e gli fa dire « ma di che cazzo sto ridendo? Non fa ridere ».

foto Carlo Valtellina

Anna: Sicuramente l’ironia è stata una delle chiavi per scompaginare la logica del meccanismo e quindi, appunto, del linguaggio paternalista, cattolico sacrale, che impone che di queste cose si debba sempre parlarne con pathos, enfasi e non se ne possa ridere. Dall’altro lato il meccanismo del riso ha una doppia valenza, se da una parte ti mette in uno spazio di comfort dall’altra parte ti porta appunto a non capire più per cosa stai ridendo, è un meccanismo lieve e non giudicante, non ti punta il dito contro ma ti fa rinsavire. E questa in realtà è stata una delle questioni per cui siamo stat* maggiormente criticat* o comunque per cui siamo stat* poco apprezzat* in un po’ tutto l’ambiente teatrale di ricerca, proprio perché “alleggerendo” sottraiamo il discorso alla logica dell’intrattenimento che appartiene a quella cultura paternalista, cattolica, colonialista di cui dicevamo prima.

Si c’è stato un momento di estraniamento. Ho trovato molto interessante il modo in cui avete costruito la scena per giungere a questo risultato. Avete mai ricevuto critiche?

Anna: Si ma solo da persone bianche, questo è un dato interessante. Tutte le persone razzializzate che hanno visto questo lavoro ci hanno sempre dato dei feedback molto potenti di riconoscimento, apprezzamento e orgoglio. Abbiamo fatto una data a Casalecchio, una volta, e c’era un gruppo di ragazzi tunisini nel pubblico, che hanno chiesto a Rabii di fare una foto, la hanno pubblicata con un post su Instagram e nella didascalia c’era “Noi, gli altri, vi ringraziamo di cuore” e quella cosa lì… mi fa molto piacere perché l’idea di inserire, creare, lo spazio per la rappresentazione di una voce che ancora non c’è, era l’obiettivo principale di questo lavoro. Quindi, lo spettacolo è pensato per un pubblico bianco al quale in qualche modo si riferisce al contempo con sarcasmo e amarezza, ma ovviamente ci sono entrambe le voci, entrambe le facce della medaglia. 

Rabii tu sei partito dalla tua storia personale, lo spettacolo è autobiografico, giusto? Eppure come dicevamo all’inizio, siccome sei la persona che sei e hai la storia che hai, nel momento in cui la racconti diventa anche la storia di altre persone. Ti sei attenuto al tuo vissuto personale al 100% oppure hai fatto anche un po’ di “collage”  per far sì che più persone potessero essere maggiormente rappresentate?

Rabii: Si, siamo partit* dalla mia esperienza personale, poi ad un certo punto con la pandemia ci siamo fermati, non potevamo più fare niente e per questa ragione abbiamo pensato di portare avanti questo discorso, questa narrazione, rivolgendoci anche ad altri artisti della diaspora che si trovano in Europa. Abbiamo pensato di creare una piattaforma, prima, per creare una rete, per conoscerci e poi condividere le nostre esperienze e poi anche fare una riflessione insieme su queste tematiche, abbiamo cominciato quindi con delle chiacchierate. Quando abbiamo reso partecipi le persone del tema dello spettacolo le storie che sono emerse sono quelle che di fatto avete sentito e visto in scena. Il risultato è stato spontaneo. La narrazione e l’esperienza quindi è questa, è quasi la stessa per tutt*, e noi abbiamo perciò deciso di integrarle nella sceneggiatura. Abbiamo invitato tutt* a contribuire, abbiamo fatto tre domande e dato il tempo limite di un minuto ma non abbiamo detto a nessuno cosa dire. Abbiamo presentato lo spettacolo in giro e ogni volta le persone razzializzate che sono venute a vederlo, e con cui ho potuto parlare, hanno detto che ci si rivedevano, anche chi non lavora in ambito artistico teatrale, ma semplicemente vive questo mondo.

Lila

Frammento 3. Io. Sono io Arabu queer dalla pelle in pace con la sua creatrice

Io
odio quello sguardo disprezzante
quella voce che narra la mia storia pronunciando male il mio nome
umiliandomi e umiliando la mia gente
ma l’odio non sovrasta in me l’amore
per il mio nome
per le mie madri
Sono io la luce
Sono io Arabu queer
dalla pelle in pace con la sua creatrice
الشمس Sole

testo e soggetto Mayma
foto di Gaja

“Adesso interpreto l’arabo musulmano integralista, interpreto quello che volete voi, così ogni
cosa ritorna al suo posto”. Gli Altri لخرین
Non abbattere lo stereotipo, vestire l’etichetta data dagli altri.
Essere quello che gli altri vogliono che tu sia.

testo e soggetto Ciss
foto di Gaja

La RE.M Up To You 2022

Restituzioni a partire da

Gli Altri لخرین
di CORPS CITOYEN
regia di Anna Serlenga
drammaturgia di scena Bruna Bonanno
con Rabii Brahim, Marko Bukaqeja, Anja Dimitrijevic
voice-off Marko Bukaqeja, Carmelo Brusafulli, Anja Dimitrijevic, Giacomo Martini, Anna Serlenga, Chiara Stoffa, Ilaria Zanotti
performers in video Wassim Ghrioui, Alesa Herero, Nidhal S’hili, Nour Zrafi
luci e video di Manuel D’Onofrio
con il sostegno di ZONA K nell’ambito del progetto IntercettAzioni – Centro di Residenza Artistica della Lombardia mare culturale urbano/ Qui e Ora residenza teatrale / COX 18