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REM Up to you. Frammenti di sguardi su Nato cinghiale – Strabismi e Teatro Thesorieri Cannara

Scanzorosciate, Cantina San Giovanni. In scena Nato Cinghiale per la rassegna Lo Spettacolo Infinito di Qui e Ora Residenza Teatrale

La RE.M/REdazione Multi.lingue, visioni, linguaggi di Up To You si riunisce dopo mesi dalla fine del festival Up To You per seguire alcuni appuntamenti della rassegna Lo Spettacolo Infinito, curata da Qui e Ora Residenza Teatrale sul territorio della provincia di Bergamo. Insieme a Luca Lòtano coordina la RE.M Silvia Baldini di Qui e Ora.
Primo appuntamento è la visione di Nato Cinghiale di Strabismi e Teatro Thesorieri Cannara, di e con Alessandro Sesti e Debora Contini.

grafica Valeria Tacchi

Frammento 1. Intervista ad Alessandro Sesti e Debora Contini – a cura di Sabrina Cascino

Come vi siete sentiti a portare il vostro spettacolo a Scanzorosciate e in particolare in questa location?

In generale quando ci esibiamo al Nord il livello emotivo appare più distaccato, ma crediamo sia una questione prettamente geografica. Il comune denominatore resta sempre l’oleare il pubblico con il vino. Questo è una parte importante, passaggio fondamentale, gradito da ogni pubblico, fa abbattere subito le barriere di resistenza fra chi è seduto e noi che ci esibiamo. Questa condizione, a file, non è quello che solitamente prediligiamo, perché quel che immaginiamo è far sedere il pubblico attorno ad un tavolo, dove trova un piccolo antipasto umbro: il “cazzimperio”, un pinzimonio con olio, sale e verdure che lo spettatore assaggia degustando vino per tutta la durata della performance. Quello che però cerchiamo sempre di fare, anche in una cantina come questa, è un’azione di rottura. Rompere costantemente il concetto di separazione tra attori e pubblico. Far decadere l’occhio critico che sta guardando uno spettacolo teatrale, far sentire lo spettatore a casa nostra. Ecco, se ciò accade, allora ci sentiamo di aver raggiunto il nostro obbiettivo.

Qual è la confessione che sentite di portare con Nato Cinghiale?

Senza ombra di dubbio lo spettacolo ruota attorno al rapporto padre-figlio. Come artisti abbiamo questo vizio devastante di affrontare delle tematiche solo di fronte ad una rottura colossale, tipo la morte o la malattia. Io e Debora abbiamo la fortuna di avere i nostri genitori ancora in vita e proprio per questo ci siamo domandati: perché dobbiamo aspettare a dire grazie?. Ormai la famiglia è stata sostituita dagli amici. Non c’è più quel concetto di famiglia che avevano i nostri genitori o i nostri nonni. Dov’è che noi abbiamo smesso di ringraziare chi ci ha generato? In questa esibizione ci sentiamo di portare un pezzo dei nostri rispettivi padri, con i quali non ci è stato modo di dirsi tante cose e questo ci sembra per noi un buon modo per farlo. Abbiamo bisogno di dire grazie, perché se siamo qui, se siamo le persone che siamo oggi, è perché siamo cresciuti in un determinato modo, in un preciso contesto ed è solo merito loro.

Alessandro, il grazie a tuo padre nello spettacolo è stato simbolicamente tramutato nel boccone di carne fatto a seguito di un periodo da vegetariano, senza dire alcuna parola. Vorresti raccontarci meglio la potenza di questo gesto?

La storia che racconto nello spettacolo è tutta vera. Il dire ai miei genitori una sera: ceniamo insieme a casa mia, preparare lo spezzatino di cinghiale rubando la ricetta a mia madre, fu una sorpresa per loro troppo grande. Era l’ultima cosa che si aspettavano da me. Cucinare per loro è stato un modo di sublimare un qualcosa che altrimenti sarebbe stato irrisolvibile, perché siamo di generazioni diverse e modi di trasmettere affetto differenti. In Umbria un semplice ti voglio bene non viene mai detto in nessun modo, perché le cose non si dicono. Mangiare lo spezzatino di cinghiale di fronte agli occhi di mio padre è stato il miglior modo per dirgli: “papà ti voglio bene”.

foto redazione

Frammento 2. La cantina e lo Spettacolo – Sabrina Cascino

L’arrivo in Cantina San Giovanni è insolito. Fuori aria umida e nebbiosa, dentro calorosa e accogliente. Alessandro Sesti e Debora Contini all’arrivo del pubblico servono un calice di vino, accompagnato da una bruschetta alla vecchia maniera, con filo d’olio a crudo della terra Umbra. L’aria è distesa e colloquiale, ben lontana da quella che si può immaginare di respirare in un teatro di città. La cantina, il sottofondo musicale di canti popolari fanno dimenticare dove siamo. L’assenza di palcoscenico, di quinte, di poltrone rosse di velluto, è sostituita da sgabelli da bar, balle di fieno declinati in puff con copertina della nonna trapuntata e oggetti di scena a vista. La distanza è così ravvicinata da permettere di guardare dritto negli occhi l’attore, la percezione è amplificata, tutto prende parte alla messinscena della performance, anche gli spettatori. Il teatro lo fa chi ha una storia da raccontare e chi ha cuore, occhi e mente per ascoltare. La barriera tra attori e pubblico è nulla per l’intera durata della performance. La sensazione è proprio di essere nella cucina di famiglia di Alessandro e Debora che, tra un bicchiere di vino e l’altro, raccontano la loro storia. L’amore per la propria terra nativa, la battuta di caccia al cinghiale, rito sacro e indiscusso per i padri, e su tutto il rapporto fra generazioni, il ruolo di genitore e la capacità di dimostrare affetto, ma anche l’essere figlio, e quanto sia importante essere grati a chi ci ha generati. Lasciando la cantina mi chiedo quando è stata l’ultima volta che ho guardato negli occhi i miei genitori? Mi chiedo quante volte in famiglia si innalzano muri di orgoglio fra genitori e figli? Mi chiedo quanti genitori in quella cantina hanno preso per mano il proprio figlio o figlia? Quanti figli posso permettersi il lusso e il coraggio di parlare con i genitori?

foto redazione

Frammento 3. Una mia interpretazione dello spettacolo – Ester Cattaneo e Renny Condori

Frammento 4. Ti voglio bene, ma da lontano – Monia Condera

Mi hanno detto che è meglio volerti bene da lontano.

Lontani come lo sono i nostri valori.

Lontanə come lo siamo diventatə noi nel corso degli anni. Mi chiedo quanto tu abbia voluto me e quanto tu sia rimastə incastratə, quanto avresti voluto tornare indietro nel tempo e fare altre scelte.

Io sono una tua scelta, tu non sei una mia conseguenza, né una mia responsabilità.

Sono un fallimento per te o per l’idea che avevi di me?

Sono la tua delusione? Quanto le parole dette con rabbia sono sincere?

Quanto vale la delusione di un genitore?

Ti voglio bene, ma da lontano.

foto redazione

Frammento 5. Fare la pace con le radici – Lila Rongione

Rituale… penso a quell’insieme di codici che vengono messi in atto con costanza nel tempo, da una o più persone, per connettersi con una dimensione più intima e profonda: la dimensione del sacro.

La dimensione del sacro, per me, è quel luogo-non-luogo che viene a crearsi tra uno e/o più corpi in uno spazio e un tempo scelti. Un po’ come il teatro, dove la magia accade nell’incontro tra lo sguardo di ogni singolǝ spettatorǝ e di ogni singolǝ attorǝ.

Il rito, per me, è qualcosa che tiene in relazione le persone, le culture, i territori, conferisce senso e valore a ogni elemento. Un po’ come i miti, le tradizioni, la ricetta di nonna.

Alessandro Sesti e Debora Contini raccontano, mettendo in scena “una ricetta di famiglia” ambientata in Umbria, e attraverso la loro storia parlano dell’incontro scontro che esiste inevitabilmente – per fortuna? – fra una generazione e l’altra, fra genitori e figlǝ.

Io osservo con occhi da figlia, qualcunǝ di noi si chiede come osserva questo spettacolo chi è diventato genitore? Anche all’interno della nostra redazione si incontrano generazioni diverse, persone diverse; si incontrano per merito del desiderio di trasmissione e condivisione, generando relazione – che genera azione, che gener-azione. Certo, la famiglia da cui arrivi non la scegli, non l’hai incontrata seguendo ciò che ti appassiona, la famiglia ti capita nel bene e nel male, portando con sé un bagaglio culturale tutto suo, un sistema di rituali che costruiscono e nutrono le relazioni sociali, i valori, la visione del mondo, la sopravvivenza. Molte cose non le possiamo capire, ed è giusto così, è giusto essere qualcosa di diverso, qualcosa che appartiene al suo tempo, ma possiamo riconoscere il Sacro quando ci si presenta, forse solo passando attraverso una condivisione, come la prima volta che cucini una ricetta di famiglia per i tuoi genitori.

Le nuove generazioni vedono il mondo con occhi diversi e hanno il desiderio giusto di dire ciò che vedono e che sentono, ma serve che qualcuno gli dia gli strumenti per farlo. Serve un passaggio del testimone, serve un rito, per fare la pace con le radici e poter proseguire insieme.

Frammento 6. Vuoi dire che non è fiera di te? bell hooks “Scrivere al buio” – (Ester Cattaneo)

Frammenti di sguardi a partire dalla visione di

NATO CINGHIALE
di e con Alessandro Sesti e Debora Contini
musiche eseguite dal vivo Debora Contini
co-produzione Strabismi e Teatro Thesorieri Cannara
in collaborazione con Qui e Ora Residenza Teatrale
spettacolo selezionato da Play With Food 2021